Quattro brani, da quattro momenti del libro, per dare il sapore dell’opera: l’inizio, il cuore, la sentenza e la domanda con cui si chiude.
l’inizio
dalla Prefazione
Non sono uno storico di professione. Faccio il portiere di notte in un albergo della costa, e di mestiere, da oltre venticinque anni, accolgo. Verifico, registro, vigilo mentre gli altri dormono. Per qualcuno questo basterebbe a togliermi il diritto di scrivere la storia del mio popolo. Io credo l’esatto contrario: credo che mi dia un punto di vista che a uno storico di cattedra manca, perché la materia di questo libro — un popolo che da guerriero è diventato cameriere sulla propria terra trasformata in vacanza altrui — non l’ho studiata sui manuali. La vivo.
Ogni notte indosso il grembiule di cui parlano questi capitoli; e ogni mattina, da Lead Auditor, uso per mestiere lo stesso metodo con cui ho osato esaminare tremila anni di Sardegna. Questo libro nasce nel punto esatto in cui quelle due vite si toccano: la fonte primaria e l’auditor, la ferita e lo strumento per leggerla.
il cuore
dal capitolo «Il sardo che serve»
Siamo arrivati al cuore. Il titolo di questo libro è una parabola in cinque parole: da popolo di guerrieri a popolo di camerieri. […] E qui devo fermarmi subito, perché un equivoco, in questa pagina, rovinerebbe tutto il libro. Questo non è un capitolo contro i camerieri. Servire non è una colpa, e non è una vergogna; il lavoro di chi accoglie ha una dignità che difenderò riga per riga. Questo è un capitolo su che cosa sia accaduto a un intero popolo perché il suo destino di massa, sulla propria terra, sia diventato questo.
Per il sardo, da sempre, chi viene da fuori è, prima di tutto, un ospite. L’ospitalità — s’ospitalidade — non era un’usanza gentile: era una legge sacra. […] Quell’ospitalità era un dono, non un commercio.
la sentenza
dal capitolo «La discolpa»
«Da popolo di guerrieri a popolo di camerieri non è la storia di una degradazione, ma di una espropriazione.»
La sentenza è scritta, ed è duplice come ogni sentenza giusta. Da un lato la condanna: esistono responsabilità precise, esterne e interne, che hanno generato e mantenuto la condizione dell’isola, e le abbiamo nominate. Dall’altro l’assoluzione, piena e definitiva: il popolo sardo non è colpevole della propria sorte; ne è stato la parte lesa e, insieme, il testimone più tenace. Servire non è una colpa, l’ospitalità non è un servaggio, la mitezza non è debolezza. Ciò che manca a questo popolo non è la dignità — ne ha da vendere — ma la sovranità, e la sovranità non si espia: si riconquista.
la domanda
dal capitolo «La domanda finale»
Ogni audit si chiude tornando al punto di partenza, per verificare se la domanda iniziale ha trovato risposta. […] La più importante di tutte non riguarda il passato, ma ciò che del passato decideremo di fare. È una domanda che non porrò io, e a cui non darò risposta. La lascerò a te, lettore, perché è l’unica, in tutto questo libro, che spetta soltanto a chi lo chiude.
Il resto è tra le pagine.